«La prima piazza in cui Colombo non potrebbe essere osannato è quella della sua città, poiché in conseguenza della della sua attenta strategia politica, essa è cresciuta in modo tale da essere comunemente definita “la città più brutta d’Italia”». È uno dei passaggi che il meridionalista Leonardo Sacco riporta nel libro «Il cemento del potere - Storia di Emilio Colombo e della sua città», edito per la prima volta nel 1982 dalla casa editrice De Donato e ristampato dopo 27 anni per i tipi della Basilicata editrice. Una voce critica e, per certi versi fuori dal coro, quella del direttore della rivista Basilicata che denunciò, attraverso i suoi scritti, il legame tra politica e affari, attaccando questo modus vivendi proprio nel pieno dell’ascesa nell’a gone dell’esponente democristiano che poi sarebbe diventato, anche presidente del Consiglio dei ministri nel 1970.
«Quel libro - rimarca il giornalista ottantanovenne amico di Carlo Levi e Adriano Olivetti e acuto osservatore delle vicende storico-politiche del Mezzogiorno - ieri ha avuto una importante eco mediatica a livello nazionale. Sono stato l’unico a raccontare le vicende legate all’espansione edilizia della città di Potenza che si intrecciavano con la carriera politica dell’on. Emilio Colombo. Un vero e proprio sacco urbanistico concepito per la crescita del capoluogo lucano “a misura di ministro” mediante il quale prendeva quota “un partito del mattone” che prendeva il sopravvento su qualsiasi gruppo di potere. Ma, in questo contesto, di sviluppo armonico c’era ben poco, così come il disordinato sviluppo urbanistico di Potenza non fu un fatto aleatorio ma un disegno sapientemente pianificato. Ecco, dunque - prosegue Sacco - emergere con forza il potere del cemento. Colate che inondano la città deturpandone, con il proliferare dei cantieri, anche le poche aree verdi».
Lo snodo temporale è il 1954. Emilio Colombo era già stato eletto per la prima volta all’Assemblea costituente nel 1946. «In quell’anno, nel 1954 - ricorda Leonardo Sacco - la città di Potenza venne fatta rientrare, con un decreto ministeriale, in un elenco di comuni obbligati alla redazione di un Piano regolatore generale. Fu quindi indetto un concorso nazionale per elaborare uno schema di Prg, aggiudicato nel 1959, dalla proposta più confacente alle aspettative della classe politica locale. Gli appetiti maggiori erano le speculazioni edilizie che ruotavano attorno all’area del centro storico. Il Comune di Potenza adottò il Piano nel 1962, prevedendo interventi di risanamento nel cuore della città con destinazione d’uso per attività terziarie e residenziali».
Così, come descrive l’autore materano nel suo libro il «sacco di Potenza» va a buon fine con ovvia soddisfazione dei «palazzinari». «L’imprenditoria edile locale, sostenuta dalla classe politica, ebbe buon gioco. Il vecchio tessuto urbanistico fu violato e il centro storico ferito per sempre. Il resto lo fecero l’adozione definitiva del Piano nel 1971 e l’approvazione delle successive varianti e modifiche. Le volumetrie aumentarono a dismisura, favorendo una espansione caotica e segnando, gradualmente, l’agonia della parte antica della città».
















