Il 4 agosto 2009, il procuratore Antonio Laudati non si è ancora insediato a capo dell’ufficio inquirente barese, quando Andrea Morrone - in quel momento un privato cittadino - entra in procura e si siede indisturbato alla tastiera di un computer che si trova nel seminterrato, in una stanza della Polizia Penitenziaria. Ha con sé la password di amministratore del dominio del palazzo di giustizia, rimasta la stessa da quasi due anni. Conosce il nome della macchina del pm Giuse ppe Scelsi (PRD10) e lo username del magistrato («scelsig.BABAGIUSTIZIA»), informazioni grazie a cui può agevolmente ricostruire la password di amministratore locale, che a sua volta gli consente di accedere - perché nessuno ha mai pensato a disattivarla - alla condivisione amministrativa (C$) del disco rigido di Scelsi. A quel punto è un gioco da ragazzi: Morrone apre «Documenti recenti », trova la cartella «Interrogatori Tarantini» e copia il file «Verbale Interrogatorio Tarantini1. doc». E qui lascia una traccia, modificando i corrispondenti file «.lnk»: traccia sufficiente a testimoniare l’accesso, ma non per stabilirne con precisione data e ora. Tanto che, in un primissimo momento, gli investigatori avevano ipotizzato che Morrone avesse messo fisicamente le mani sul computer di Scelsi.
C’è da sperare che quanto accaduto abbia portato i responsabili degli uffici della procura a rivedere le procedure di sicurezza. Anche perché a mettere i pm sulle tracce di un’intrusione informatica non è stato l’audit di sistema, cioè la verifica periodica che è l’abc di un amministratore di rete e che - fosse stata eseguita - avrebbe potuto far saltare fuori uno strano accesso remoto ad una condivisione amministrativa. No, la chiave di tutto è stata molto più banale: «Nel corso delle intercettazioni telefoniche eseguite sull’utenza di giornalisti - è scritto nella richiesta di custodia cautelare - si è appreso che gli atti giudiziari concernenti l’imprenditore Tarantini sono stati sottratti accedendo illecitamente ai computers e ai file in uso alla procura». Un altro segnale pericoloso, perché le fonti dei giornalisti sono tutelate dalla Costituzione: per questo ieri Ordine e Assostampa hanno espresso «preoccupazione». [g.l. - m.s.]












